Ricominciamo da qui.

“Sì Minniti è bravo, per carità, ma en troppi”

Questa è, in assoluto, la frase più sentita della mia personale campagna elettorale. Ogni volta mi sforzavo di raccontare che un problema complesso come quello delle migrazioni - con tutte le cause e le conseguenze di un fenomeno globale - non poteva essere lasciato alla becera propaganda dei leghisti. Ogni volta raccontavo di Brunetta che voleva “rispedire” a casa 100 “stranieri” a settimana, 5200 l’anno, e risolvere il problema a modo suo, quindi, in 120 anni. Con Berlusconi ancora in campo, naturalmente. Strappavo qualche sorriso. 
E aggiungevo, seria: ma una questione così importante, così complicata, è meglio che la affronti Minniti o Salvini? 
Ogni volta scorgevo sguardi perplessi. Sì, sulla carta stava in piedi il mio ragionamento, in teoria era giustissimo rivendicare di aver salvato vite umane e di aver rallentato i flussi. Però...
Però qualcosa non tornava. C’era un non detto che non si poteva dire. Dietro quegli sguardi che non diventavano quasi mai parole, dietro quell’applauso timido c’era qualcuno che non si sentiva capito. E che, in fondo, stava pensando una sola cosa: “en troppi”. Sono troppi, tradotto.
E tanto bastava a farlo vacillare sul voto al PD. Tanto bastava a non sentirsi rappresentato, ma respinto, escluso.
Non lo so se è colpa della tv, dei messaggi semplificati che passano sempre molto meglio di quelli, più aderenti alla realtà, ma troppo complessi. Alcuni di quelli che hanno votato Lega in effetti non credo abbiano mai visto un migrante nelle piccole città umbre dove vivono. 
Quindi sì, la tv c’entra. 
Ma non basta. C’entra la rabbia, quella di chi non si sente compreso, si sente, anzi, sbagliato, fuori posto a casa propria. E quindi vota quelli che, pur rendendo manifesti gli istinti più beceri, dicono quello che lui non può dire. Non importa se non hanno soluzioni concrete. 
Importa che lo dicano forte e chiaro: en troppi. Quel non detto impossibile da dichiarare diventa finalmente dicibile, detto. Ha cittadinanza.

Dovevamo metterci anche noi a gridare la stessa cosa? No, certo. 
E allora siamo nel giusto e sono gli elettori a sbagliare, a non averci capito? Niente di più falso. 
Noi avevamo il dovere di accompagnare, ascoltare quel disagio, scendere dal nostro piedistallo. Avevamo il dovere di parlare a quelle paure come fossero le nostre paure.
Gli applausi più sinceri arrivavano nelle mie iniziative quando dicevo “anche io scendendo dal treno a Fontivegge da sola alle 6 di pomeriggio ho paura”. Era la verità, del resto. 
Aggiungevo poi che noi di quella paura ci eravamo occupati mettendo a disposizione di un sindaco di destra le risorse per risolvere il problema e che questa era la nostra strada per risolvere la questione della sicurezza e dell’integrazione. La strada per restituire alcuni luoghi alla comunità sottraendoli all’opacità di un mondo criminale che li ha occupati. Ma questa seconda cosa era molto meno importante per chi mi ascoltava. Contava aver detto “anche a me capita, si può dire. Anche io ho paura”.
Abbiamo sbagliato a non metterci seduti accanto a quelle paure. A non guardarle, a non provare a capire. Abbiamo perso la capacità di com-patire. O meglio la sim-patia. Ha pienamente ragione chi dice che siamo diventati antipatici. Che significa contro, dal lato opposto del patos, del sentire, dell’anima della gente. Anche della nostra gente. 
Che ha scelto qualcun altro. 
Questo ragionamento, che da me ha portato molti dei nostri elettori a scegliere la Lega (passata dallo 0,6% del 2013 al 20%) vale anche su altri temi delicati: il lavoro, le delocalizzazioni, la globalizzazione e tutte le paure legate a questi fenomeni. Esistono false risposte a problemi veri ed esistono paure che abbiamo snobbato, non considerato, evitato di incontrare. Sbagliando.

Ricominciamo da qui. 
Oggi va di moda dire “ricominciamo dai circoli”. Per come conosco i circoli della mia Umbria ricominciare da lì, purtroppo, vuol dire non ricominciare affatto. Certo, bisogna ridare forza e fiducia al popolo che nonostante tutto, nonostante la nostra anti-patia e i nostri errori, ci ha votato. Ricominciare dando voce anzitutto a loro. 
Ma più che ricominciare dai circoli, da quelle stanze spesso troppo piccole, fredde, buie, chiuse molti giorni a settimana, salvo rare e straordinarie eccezioni, bisogna ricominciare CON loro. Con le persone. Quelle che non pensano che il problema del PD sia Renzi e che sono terrorizzate dall’idea che, fatto fuori un altro leader, non si discuta di quel che non va. Che si finisca per dividersi ancora sui nomi senza fermarsi mai. Fermarsi per avere il tempo di guardare oltre noi, fuori dal gruppo combattenti e reduci. Guardare ai troppi che stavolta a votare non ci sono andati perché abbiamo sbagliato troppo, perché siamo anti-patici. O che hanno votato altrove perché qualcuno li ha avvicinati, ascoltati, coinvolti. 
Ricominciamo dalle persone. Da una bella comunità di persone. Che deve essere più attenta, più inclusiva, meno autoreferenziale. 
Una comunità che anzitutto crede negli esseri umani “che hanno il coraggio di essere umani” come dice una canzone pop.
Coraggio e soprattutto diritto di essere umani.