“Caro PD,

sei vecchio. Lo so, non è educato rivolgersi così, sarebbe più corretto dirti che sei maturo, anziano forse. Eppure no, io penso che sia giusto essere sinceri: sei vecchio. Vecchio nel simbolo, vecchio nei modi, nei riti, vecchio nei volti che ti ostini a portare in giro, vecchio nelle liturgie. Sei vecchio e i vecchi, si sa, oggi non piacciono a nessuno.
Cosa ti suggerisco di fare? Guardati un po’ intorno! Conosco un partito che ha cambiato nome due volte e poi è tornato indietro, senza cambiare faccia. Oddio un po’ l’ha cambiata, plastificata diciamo. Ma lo ammetto: sembra tanto tanto vecchio pure lui. Più di te. Poi ce n’è uno che invece sembra ringiovanito: ha 15 anni più di te ma pare un ragazzino. Ha indossato felpe colorate, cominciato a dire parolacce, buttato via cravatte e doppiopetto. Certo, gli è venuto facile, considerato che aveva cominciato con la carta igienica e il “ce l’ho duro”. Però è riuscito a far dimenticare i diamanti in Tanzania spaventandoci coi “ne*ri”. E pare proprio un giovanotto, oggi. Nonostante il nome – Lega - suoni antico, fuori tempo: perché in fondo chissenefrega dei nomi, dai.

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“Sì Minniti è bravo, per carità, ma en troppi”

Questa è, in assoluto, la frase più sentita della mia personale campagna elettorale. Ogni volta mi sforzavo di raccontare che un problema complesso come quello delle migrazioni - con tutte le cause e le conseguenze di un fenomeno globale - non poteva essere lasciato alla becera propaganda dei leghisti. Ogni volta raccontavo di Brunetta che voleva “rispedire” a casa 100 “stranieri” a settimana, 5200 l’anno, e risolvere il problema a modo suo, quindi, in 120 anni. Con Berlusconi ancora in campo, naturalmente. Strappavo qualche sorriso. 
E aggiungevo, seria: ma una questione così importante, così complicata, è meglio che la affronti Minniti o Salvini? 
Ogni volta scorgevo sguardi perplessi. Sì, sulla carta stava in piedi il mio ragionamento, in teoria era giustissimo rivendicare di aver salvato vite umane e di aver rallentato i flussi. Però...
Però qualcosa non tornava. C’era un non detto che non si poteva dire. Dietro quegli sguardi che non diventavano quasi mai parole, dietro quell’applauso timido c’era qualcuno che non si sentiva capito. E che, in fondo, stava pensando una sola cosa: “en troppi”. Sono troppi, tradotto.
E tanto bastava a farlo vacillare sul voto al PD. Tanto bastava a non sentirsi rappresentato, ma respinto, escluso.
Non lo so se è colpa della tv, dei messaggi semplificati che passano sempre molto meglio di quelli, più aderenti alla realtà, ma troppo complessi. Alcuni di quelli che hanno votato Lega in effetti non credo abbiano mai visto un migrante nelle piccole città umbre dove vivono. 
Quindi sì, la tv c’entra. 
Ma non basta. C’entra la rabbia, quella di chi non si sente compreso, si sente, anzi, sbagliato, fuori posto a casa propria. E quindi vota quelli che, pur rendendo manifesti gli istinti più beceri, dicono quello che lui non può dire. Non importa se non hanno soluzioni concrete. 
Importa che lo dicano forte e chiaro: en troppi. Quel non detto impossibile da dichiarare diventa finalmente dicibile, detto. Ha cittadinanza.

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